È ancora viva la passione per il judo nello sguardo di Bruno Carmeni (nelle foto),  celebre atleta e primo italiano di questa disciplina sportiva ad aver partecipato alle Olimpiadi. Capitano della nazionale italiana, autore di vari volumi sugli anni dell'agonismo, Carmeni è un punto di riferimento per tutto il settore del judo, sia in Italia che all'estero.

Tanti gli insegnamenti appresi durante il suo percorso, ricco di numerose soddisfazioni a livello nazionale e internazionale. Un sapere che ora Carmeni è impegnato a trasmettere ai propri allievi della palestra Tenri Dojo Conegliano, in via Calpena, giunta quest'anno al 50esimo anniversario di fondazione. Carmeni mostra con orgoglio gli spazi dove si allenano i suoi atleti e con altrettanto entusiasmo ripercorre le tappe di una lunga carriera di judoka plurimedagliato.

Conegliano bruno carmeni combattimento

Era il 1964 quando il judo faceva il proprio ingresso come disciplina sportiva alle Olimpiadi di Tokyo e lei era il primo italiano a parteciparvi. Che ricordi ha di quei momenti?
In realtà eravamo in due a rappresentare l'Italia nel judo, io e Nicola Tempesta. Fu davvero una battaglia atroce, ricordo di aver avuto uno stato d'animo particolare e la tensione non finiva più. Inoltre, essendo una disciplina appena inserita nei giochi olimpici, si gareggiava con dei regolamenti poco chiari. Poi la pedana di combattimento, a differenza di oggi, non aveva il bordo e quindi uscendo dallo spazio di gara si cadeva nel vuoto: dovevamo pensare anche a questo.

Qual è stato l'avversario più forte che ha dovuto affrontare durante la sua carriera?
Mio fratello. Eh sì, perché anche lui, Tullio Carmeni, è stato un grande judoka e ogni volta che dovevo gareggiare contro di lui non dormivo la notte. Pensi che una volta avevamo pure litigato poco prima di una gara: fu un combattimento bestiale. Non era mai semplice dover affrontarlo: è mio fratello maggiore e siamo sempre stati molto legati.

Che insegnamenti ha tratto da questa disciplina?
Bisogna pensare di avere un problema che solo noi possiamo risolvere, senza l'aiuto dei genitori, e il nostro problema è l'avversario. Buddha dice come le cose si ottengono nell'estrema sofferenza. Quando si pratica il judo, è necessario ricordarsi di avere rispetto verso l'altro. Si gareggia con l'avversario e non contro di lui e il judo insegna ad avere autodisciplina, una certa postura e ad esercitare una particolare forma di autocontrollo. Diversamente da quanto si possa pensare, in una società dove tutto è basato sullo sguardo, il judo invece si affida molto al tatto: educa all'uso delle altre parti sensibili del nostro corpo e del palmo della mano, con il quale siamo in grado di avvertire tutto.

Conegliano bruno carmeni gruppo

Lei ha viaggiato molto, soprattutto in Giappone: qualche ricordo?
Mi sono laureato in lingua giapponese all'Università di Tenri, grazie a una borsa di studio che il mio maestro mi aveva proposto dopo la fine dei giochi olimpici. Sempre in Giappone ho intrapreso un percorso di perfezionamento del judo, durato due anni. Ricordo come lì le persone avessero un concetto molto profondo della vita: loro pensano, ad esempio, che il fiore non vada strappato, bensì coltivato per renderlo rigoglioso. Inoltre, da sempre hanno un concetto della nazione molto forte. Sicuramente è sempre stata una realtà diversa dalla nostra. Oggi i giapponesi sono cambiati molto, salgono in pedana con il principio di vincere, vanno sempre all'attacco e gareggiano anche se infortunati. Il senso della sofferenza è molto presente nel popolo giapponese: in fondo sono tutti dei samurai, e vivono con il principio che si debba sempre andare avanti con le cose, succeda quel che succeda.

Parliamo ora del suo maestro.
Si chiamava Noritomo Ken Otani, ed era un maestro e scultore giapponese, venuto in Italia dove si è laureato in Belle Arti a Roma. Era come un padre per me. Non mi dava insegnamenti verbali, ma durante gli allenamenti mi osservava sempre per vedere se fossi attento. La nostra era un'unione di intenti. Ricordo ancora quando, durante una gara, ero caduto a terra: lui non parlava in quei casi ma i nostri sguardi si incrociavano e in quel momento ritrovavo la forza per rialzarmi. A lui devo davvero tutto, perché è stato un insegnante di vita.

Conegliano bruno carmeni e maestro

La sua soddisfazione più grande?
Durante i miei anni di insegnamento mi è capitato come allievo un ragazzo, con una disabilità non apparente: faceva fatica a comunicare e ad affrontare lo sport in genere. Ho cercato di creare un contatto e un'unione di intenti, introducendolo al judo senza nessuna costrizione. Ora siamo all'anticamera della sua cintura nera e devo dire che questa è stata per me una vera medaglia.

E durante gli anni dell'agonismo?
Ho dato lo stop all'agonismo nel 1970. Quell'anno ho partecipato al primo Gran Premio Italia per le Nazioni tenutosi a San Lorenzo di Sebato, vicino a Brunico. È stata l'ultima gara per me, dove ho vinto un bronzo nella categoria degli 80 chilogrammi.

Agli allievi che vorrebbero seguire le sue orme che cosa suggerisce?
Sicuramente bisogna prima educare anche i genitori: non si deve pensare solo alla medaglia, bensì alle conquiste fatte e a quello che si è. Ci vuole rispetto per il lavoro e si deve tenere presente come si è sempre sotto esame per tutta la vita, ma ciò deve essere un piacere e non una cosa arida. Oggi c'è molto individualismo in una società dove si pensa che gli altri non esistano. Il judo è soprattutto una questione di disciplina e richiede di tenere un certo tipo di comportamento.



(Fonte: Arianna Ceschin © Qdpnews.it).
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