La leggenda del Barba Zucòn, da Carnevale ad Halloween nel mondo delle fiabe che si raccontavano nei filò

La fiaba è per eccellenza la fantasia dei popoli, una forma di interpretazione del mondo e della realtà. Nello specifico, le fiabe del focolare, quelle narrate davanti a giovani occhi sgranati e attenti, mentre le donne di una volta filavano, sono il prezioso recupero della memoria della vita e dei costumi popolari.

Ogni cultura ha le sue fiabe, diverse a seconda dei luoghi e dei tempi, si tratta quasi sempre di un’invenzione corale e collettiva, unica è invece la voce narrante, di solito la mamma, la nonna o quello zio barbuto con la voce che fa così paura, ma il racconto è sempre patrimonio del pensiero e della vita di un’intera comunità.

Nelle fiabe venete dominano il bosco e la campagna, teatro di ogni vicenda, a rappresentare una società contadina dove comanda il sovrannaturale che entra in rapporto con gli uomini per guidarli nel bene che vincerà sempre sulle streghe i diavoli e i maghi.

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Il Veneto, con la Sicilia e la Toscana, è la regione più ricca di narrazioni orali che cambiano nelle sfumature a seconda dei dialetti: alcune versioni sono crudeli, altre più miti, ma nei diversi aspetti della tradizione contadina e popolare si riesce a cogliere una chiara unità culturale, antica e multiforme nei suoi tratti più caratteristici di forza e orgoglio.

Calandoci ancora più in profondità nelle pieghe popolari, emerge fra tante una fiaba che si raccontava nelle lunghe sere invernali, quando gli unici luoghi davvero caldi erano le stalle e le famiglie contadine si riunivano tra paglia e animali per scaldarsi: le donne filavano e gli uomini incantavano i bambini con le loro storie.

Questi incontri, chiamati filò, hanno lasciato in eredità moltissimi racconti con il fine di ammonire e istruire i più piccoli, come quella del Barba Zucòn, un uomo burbero, simile ad un orco, che si narra mangiasse i bambini.

La leggenda narra che una mamma e la sua bambina abitavano da sole in una piccola casetta e durante il Carnevale la madre decise di cucinare le frittelle, ma aveva bisogno di una padella, che non aveva.

L’unico a possederla era il Barba Zucòn, un omone burbero e barbuto che viveva nel bosco vicino, così la mamma decise di mandare la bambina a chiedere in prestito la padella, ma la piccola, spaventata dalle voci su quell’omone non voleva andare.

Non ti preoccupare, figlia mia, promettigli che gli riporteremo la padella e un cesto di frittelle per ringraziarlo, vedrai che non ti farà nulla”, disse la mamma per tranquillizzarla. Così lei accettò e partì.

Attraversato il bosco, la bambina arrivò alla catapecchia del Barba Zucòn e bussò alla porta. L’uomo aprì: era proprio spaventoso come dicevano e la piccola dovette farsi coraggio per chiedere in prestito la padella. Lui accettò, ma aggiunse: “Bada bene che se non mi porterai le frittelle, verrò a casa tua e ti mangerò in un sol boccone!”.

Tornata a casa, madre e figlia iniziarono a fare le frittelle e dopo averle impastate, fritte e zuccherate, ne prepararono un cesto per il Barba Zucòn. La piccola s’incamminò di nuovo verso la casa dell’uomo ma cammina, cammina, le venne fame e decise di mangiare una frittella, pensando che tanto l’orco non se ne sarebbe accorto.

Le frittelle erano così buone, ma così buone, che la bambina decise di mangiarne un’altra, e un’altra ancora e senza accorgersene finì il cesto. Spaventata e con le lacrime agli occhi cercò una soluzione e notò che lì vicino c’erano degli escrementi d’asino e, siccome assomigliavano moltissimo alle frittelle della mamma, decise di metterle nel cesto.

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Dopo aver bussato alla porta del Barba Zucòn, la bimba gli diede in fretta la padella e il cesto e scappò veloce verso casa. L’uomo, impaziente di assaggiare le frittelle, ne mangiò una senza nemmeno guardarla, ma una volta messa in bocca si rese conto di quello che stava mangiando e sputò tutto subito.

“Questi non sono scherzi da fare! Stanotte verrò a casa tua e ti mangerò in un sol boccone!”, urlò al vento il Barba Zucòn.

La bambina intanto, arrivata a casa, raccontò tutto alla mamma che pensò subito a come risolvere questo enorme problema; così decise di realizzare una bambola di pezza delle dimensioni della figlia e la riempì di chiodi, vetri e cocci. La notte la mise sotto le coperte al posto della bambina, mentre la piccola si nascondeva sotto il letto. A mezzanotte udirono un tuono e la porta si aprì cigolando.

“Varda che son qua al primo scalin!”, urlò il Barba Zucòn dal piano di sotto, e la mamma sussurrò alla bambina terrorizzata “Ficate soto! Ficate soto!”.

“Varda che son qua al secondo scalin!”, gridò l’orco, e la mamma: “Ficate soto! Ficate soto!”, e così via finché l’uomo non entrò in camera. “Varda che son qua davanti al let e te magne in un bocòn!”, ma invece della bambina l’uomo si mangiò la bambola e, non appena arrivò nello stomaco, il Barba Zucòn cominciò ad urlare per il dolore e, invece di uscire dalla porta, si buttò dalla finestra e morì. 

Il racconto nella sua versione più crudele prevede la morte della bambina, altri, come questo, fanno vincere la sua innocenza.

La morale che emerge è un monito rivolto ai più piccoli ascoltatori: rispettare gli anziani e i più saggi, anche se burberi, nel pieno accordo delle tradizioni e gerarchie, è sempre la migliore tra le scelte.

(Fonte: Alice Zaccaron © Qdpnews.it).
(Foto e video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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