Porta Santi Quaranta fra arte e vanità 

La vanità, secondo il vocabolario Treccani, è l’eccessivo compiacimento di sé stessi: un sentimento senza tempo, umanissimo, ma che ha spesso offuscato l’immagine di individui incapaci di contenere il proprio orgoglio. Nicolò Vendramin, podestà di Treviso nella prima metà del Cinquecento, fa parte di quella nutrita schiera di potenti sedotti dal miraggio della immortalità terrena e che, loro malgrado, sono passati alla storia per questa insidiosa fragilità del carattere.

Siamo nell’anno 1515 e Treviso, ultimo baluardo della difesa terrestre di Venezia, necessita ora più che mai di una solida fortificazione. Il progetto avviato da Fra’ Giovanni Giocondo e proseguito da Bartolomeo d’Alviano rischia di subire una battuta d’arresto dinanzi alla morte di entrambi, avvenuta a distanza di pochi mesi. Gli ordini dello Stato da Mar sono tuttavia perentori: la città del Sile e Padova non possono rimanere assolutamente sguarnite.

Le mura cinquecentesche di Treviso saranno munite di tre porte urbiche in luogo dei dodici varchi d’epoca medievale: Porta Altinia (realizzata fra il 1514 e il 1515), Porta Santi Quaranta (1516 – 1517) e Porta San Tomaso (1518). Tutte e tre, con l’attenuarsi della minaccia, assumeranno gradualmente funzioni più monumentali e celebrative piuttosto che difensive.

Ubicata nel settore occidentale della fortificazione, luogo d’accesso per coloro che provengono da Feltre, Vicenza, Padova e Castelfranco, Porta Santi Quaranta deve il proprio nome alla vicina chiesa intitolata ai Martiri di Sebaste (oggi Sant’Agnese), quaranta legionari romani condannati a morte per essersi convertiti al cristianesimo. 

I Quaranta Martiri di Sebaste in un’icona ortodossa

Come ricorda Achille Costi nel volume “Le mura di Treviso” (ed. Chartesia), con l’affievolirsi dei venti di guerra Porta Santi Quaranta assume sempre più i contorni di un vero e proprio arco di trionfo piuttosto che quelli di una minacciosa opera d’ingegneria militare. Assecondando il volere del doge Andrea Gritti, il podestà Vendramin si getta anima e corpo in un’impresa nella quale intravede anche una straordinaria opportunità per autocelebrarsi. 

Realizzata in candida pietra d’Istria, le quattro lesene sormontate dal leone di San Marco (l’originale verrà distrutto dai francesi nel 1797), decorata con blasoni gentilizi, la porta è attribuita allo scultore e architetto veneziano Alessandro Leopardi, lo stesso che ha completato il monumento equestre a Bartolomeo Colleoni iniziato dal Verrocchio. Come San Tomaso, anche Porta Santi Quaranta sottolinea la discriminazione esistente all’epoca nei confronti del volgo: se i cittadini, dall’interno, potevano ammirare la frase latina Porta Santorum Quadraginta, chi giungeva a Treviso dalle campagne trovava la medesima scritta ma in volgare: Porta de Sancti Quaranta.

Fatto sta che la Porta è splendida e liquidarla sbrigativamente come “sorella minore” di San Tomaso è ingiusto. Il Vendramin è talmente entusiasta del risultato che non resiste alla tentazione di far apporre su entrambe le facciate del monumento il proprio nome e lo stemma di famiglia; non contento fa realizzare all’interno della porta un’epigrafe che celebra il proprio ruolo di padre di quella che sarà ribattezzata “Porta Vendramina”. Per il Senato della Serenissima è troppo: che un podestà osi mettersi sullo stesso piano del leone di San Marco, di San Liberale, patrono della città, e di Bartolomeo d’Alviano, protagonista della costruzione delle mura, è inammissibile; l’epigrafe viene inesorabilmente scalpellata e finisce con assumere l’aspetto di una sorta di damnatio memoriae.

Un errore, quello commesso dal podestà Vendramin, che il suo successore Paolo Nani saprà evitare con astuzia ed eleganza. Il Nani, verosimilmente animato dallo stesso desiderio di legare per sempre il proprio nome alla “sua” porta San Tomaso, farà collocare una statua di San Paolo sul tetto del monumento e scolpire la propria figura, quella di suo figlio Agostino e lo stemma di famiglia, in posizione defilata, su un bassorilievo dedicato alla Vergine con il Bambino. Chi avrebbe osato abbattere la statua di un santo o danneggiare una scultura sacra? Con questo stratagemma l’eterno prestigio del Nani è garantito, la “Porta Nana” sarà per sempre una sua creatura.

Rivolgendosi ai due podestà la scrittrice inglese Jane Austen avrebbe riservato loro un’acuta riflessione: “Vanità e orgoglio sono due concetti ben diversi. Si può essere orgogliosi senza essere vanitosi. L’orgoglio si collega piuttosto all’opinione che abbiamo di noi stessi, la vanità è ciò che desidereremmo fosse l’altrui opinione”.

(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Archivio Qdpnews.it)
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