Se lavorasse ancora nel mondo della moda, il suo lo si potrebbe definire un drastico cambio d’abito: ma il coneglianese Gianmarco Fontana, 54 anni, trenta dei quali trascorsi nel fashion, quel mondo lo ha lasciato “senza comunque rinnegarlo”, alla ricerca di nuovi stimoli.
“Ora faccio il canta-racconta storie per i bambini – spiega – ho proposto (con un grande successo aggiungiamo noi ndr) un format a diverse attività commerciali”. Gianmarco, con i suoi modi scherzosi ed empatici che lo hanno sempre contraddistinto anche quando vendeva abbigliamento nei più noti negozi del Coneglianese, ha costruito con passione e dedizione un format in cui i bambini vengono coinvolti a 360 gradi imparando a sviluppare tutti e cinque i loro sensi.
E così Gianmarco, dopo aver lasciato un settore che gli ha dato tanto in termini di crescita e credibilità professionale, ha deciso di seguire la sua vocazione più intima e autentica, creando una figura che fonde creatività, empatia e desiderio di connessione umana, nata dal bisogno di nuovi stimoli e, soprattutto, dall’amore per sua figlia Sveva.
Gianmarco, perché questa decisione?
“Dopo trent’anni nel mondo del fashion sentivo il bisogno di nuovi stimoli, avevo bisogno di rimettermi in gioco. Naturalmente non rinnego il passato, anzi: ringrazio tutte le persone che ho incontrato lungo il percorso, perché mi hanno fatto crescere professionalmente. Mi hanno dato competenze, mi hanno dato credibilità. E per me questa è una parola fondamentale, una parola cardine del mio vocabolario. Una credibilità costruita in anni di sacrifici e di dedizione assoluta al lavoro”.
Il motivo scatenante di questo cambiamento è stato tua figlia Sveva. In che modo ti ha influenzato?
“È stata lei a farmi capire quanto siano importanti i rapporti umani e quanto tempo valga davvero la pena dedicare ad essi. Non parlo tanto della quantità, ma della qualità. Perché nel mondo del lavoro, senza alcun dubbio, la dignità è fondamentale. Ovviamente non mi sento arrivato, anzi, so che devo ancora imparare molto, fare esperienza e studiare il mondo del bambino. Ma la mia creatività ed empatia può darmi degli sbocchi anche ad altri settori, sempre usando l’umiltà e la voglia di imparare che mi hanno insegnato mamma e papà”.
Quanto ha influito il tuo passato, in particolare i tuoi anni da volontario negli ospedali?
“Moltissimo. Dopo dieci anni con il progetto della Lilt “Giocare in corsia”, posso dire che quell’esperienza mi ha forgiato. Mi ha fatto capire che il mio lato empatico, teatrale e creativo poteva diventare uno strumento importante, soprattutto nei momenti difficili. Riuscivo a far sorridere i bambini, anche quando stavano affrontando situazioni poco piacevoli. E quel sorriso era tutto”.
Possiamo definire questa come la tua seconda vita? Cosa stai facendo per trasformare questa vocazione in un vero e proprio lavoro?
“Sì, lo possiamo dire. Ho proposto a diverse realtà – in vari settori – un format pensato per i bambini, in cui offro loro un’esperienza sensoriale completa. Li faccio lavorare con tutti e cinque i sensi: vista, olfatto, tatto, udito e gusto. È un’attività coinvolgente e immersiva, pensata per stimolare davvero ogni parte del loro mondo percettivo”.
Perché ti definisci un “canta-racconta-storie”?
“Tutto è nato durante il periodo del Covid. Osservavo mia figlia mentre giocava con Faba, un dispositivo pensato per ascoltare storie. La vedevo ascoltare, interagire, immedesimarsi nei personaggi, nelle situazioni… e la vedevo stare bene. In quel momento ho capito quanto potere potesse avere il racconto, quanto potesse far bene. Quella è stata la scintilla che ha acceso tutto”.
(Autore: Simone Masetto)
(Foto e video: Simone Masetto)
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