Il fascino della tradizione: il Laris a Passo San Boldo

Ersilia (detta Nella) e Giovanni, fondatori del “Laris”, luglio 1972 (archivio Faraon

Quando, fra il 1959 e il 1960, Giovanni Faraon ed Ersilia Magagnin decisero di costruire il loro bar ristorante con annessa pensione sul Passo San Boldo l’Italia viveva gli anni entusiasmanti del miracolo economico. Possedere un’auto non era più un miraggio e concedersi una gita fuori porta divenne per molti una piacevole consuetudine; i più fortunati potevano addirittura ambire a un periodo di vacanza in un luogo ameno.

Passo San Boldo, 700 metri sul livello del mare, a cavallo fra le province di Treviso e Belluno possedeva tutti i requisiti per attrarre i gitanti e i vacanzieri veneti: aria buona, splendidi scorci sulle Prealpi e sulle Dolomiti, natura incontaminata a due passi dalla città. E se a tutto ciò si aggiungevano l’accoglienza familiare e i sapori di una cucina assolutamente genuina il gioco era fatto.

L’inconfondibile sagoma del bar ristorante “Laris” in una foto d’epoca (archivio Faraon)

Il “Laris”, così ribattezzato dai proprietari per l’arredamento in legno di larice rimasto pressoché immutato, divenne negli anni un solido punto di riferimento per coloro che, grazie all’insperato benessere economico, potevano permettersi un agognato periodo di relax. Dal ’60 al ’65 la struttura apriva nei mesi primaverili ed estivi, più o meno da Pasqua a settembre: poi con l’arrivo dell’autunno sul passo tornavano a regnare i silenzi della montagna, la stessa che fino a pochi anni fa si ammantava di una coltre di neve oggi sempre più rara.

Ai tavoli del “Laris”, nelle lunghe estati degli anni ’60 e ‘70 si sedevano i malgari e i vacanzieri, i boscaioli e i pochi abitanti delle frazioni sparse attorno al valico. Si conoscevano tutti, era una piccola comunità che nelle giornate di pioggia si contendeva il tepore della stufa, giocava a carte e divorava il pasticcio o gli gnocchi sfornati da Ersilia, da tutti conosciuta come Nella. Fra gli habitué non mancavano personaggi curiosi come l’onorevole alla ricerca di quiete o il farmacista di città che, ogni sera, sorseggiava una Vecchia Romagna davanti alla TV, con le gambe stese su una sedia, come se fosse a casa propria.

Il 1969 per il “Laris” fu un anno di svolta: il locale venne ampliato e ai fondatori si affiancarono il figlio Diego e, successivamente, la consorte Lucia, coppia ancora oggi al timone della storica locanda.

Anni ’60, un momento di riposo a fine serata. In braccio alla mamma Ersilia (Nella) il piccolo Diego
(archivio Faraon)

La ristrutturazione del locale coincise con un drastico mutamento dell’economia rurale montana: dagli anni ’70 sui pascoli del San Boldo i malgari salirono sempre più di rado, la selva aggredì i prati e anziché i campanacci delle vacche, sui pianori, iniziarono a risuonare i bramiti dei cervi.

Furono anni difficili, improvvisamente il San Boldo sembrava passato di moda: ma nel 1991, dopo sei anni di chiusura, il “Laris” riaprì i battenti: Diego e Lucia furono costretti a fare delle scelte dolorose, il servizio di pensione fu accantonato, ma il bar e la cucina rifiorirono. La clientela nel frattempo era cambiata e, al posto dei turisti stagionali, fecero capolino gli avventori di passaggio con essi, dal 2000, i primi stranieri.

Anni ’90, Diego e Lucia dietro lo storico bancone in larice (archivio Faraon)

Oggi a farla da padrone sono soprattutto tedeschi e austriaci, instancabili estimatori del cibo italico e sulle tracce dei loro avi che, nel pieno della Grande Guerra, progettarono la Strada dei Cento Giorni, ardito susseguirsi di tornanti e gallerie che ancora adesso mette in comunicazione la Marca Trevigiana con la Valbelluna.

È questo variegato popolo di ciclisti, biker, escursionisti, appassionati di vetture storiche ad aver riportato in auge un valico leggendario, il San Boldo, fortunatamente sottratto a un immeritato oblio. E poiché da cosa nasce cosa, la tortuosa strada che da Tovena, frazione di Cison di Valmarino, porta al “Laris” (asfaltata soltanto nel ’65) è stata percorsa per ben due volte dai professionisti del Giro d’Italia, nel 1966 e più di recente nel 2019.

Più o meno in questo periodo sulla scena del “Laris” irrompe un nuovo protagonista: Giosuè, pronipote di Diego e Lucia. Ventitré anni, studente di ingegneria, Giosuè come i fondatori Giovanni ed Ersilia è sedotto dalle atmosfere del valico prealpino e dalla cucina degli zii. Dopo un timido esordio come cameriere, il futuro ingegnere si appassiona sempre di più al “Laris” che, con i genitori, frequentava sin da bambino. Già allora il ristorante proponeva nel periodo primaverile/estivo le “Cene delle Erbe”, tradizione che tuttora contraddistingue il locale. Le erbe spontanee che prosperano sui prati del San Boldo sono da anni protagoniste di ricette che ricordano la cucina delle fate: risotto con aglio orsino e bruscandoli, dente di leone in agrodolce, orzotto con la parietaria o il lamio, crespelle ripiene di cardo o silene. Una golosa alternativa a portate più tradizionali a base di carne, selvaggina, verdure e formaggi rigorosamente del territorio.

Giosuè e Diego; sullo sfondo un’immagine storica della Strada dei Cento Giorni

Le proposte sono davvero tante e non mancano contaminazioni trentine come la carne salada di Bezzecca; ma se c’è qualcosa di cui Diego, Lucia e Giosuè vanno più che mai orgogliosi sono i nidi di pasta allo speck, indiscusso cavallo di battaglia del “Laris” sin dagli anni ’90.

Alla domanda su quale sia il punto di forza del ristorante Giosuè risponde senza esitazioni: “è un luogo autentico dove rinnovare equivale a preservare e riscoprire. Un locale dove si possono gustare le cose di casa che, ahimè, a casa non si fanno quasi più”.

È ora di ripartire, ma prima di rimetterci in viaggio chiediamo a Diego cosa direbbero i suoi genitori se potessero rivedere la loro “creatura” a distanza di oltre settant’anni. Diego riflette un istante, accarezza una sedia (ovviamente in larice) e afferma: “Sarebbero felici di constatare che le cose vanno avanti, soprattutto mia madre Ersilia: perché questo era veramente il suo regno”.

Il fascino senza tempo del Passo San Boldo avvolto dalla nebbia (archivio Faraon)

(Autore: Dplay)
(Foto: Ristorante Laris e Archivio Faraon)
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