L'imposta patrimoniale che già esiste

Secondo le attese, il Decreto crescita dovrebbe contribuire alla ripresa del Paese, favorendo una crescita più robusta grazie al sostegno alle imprese, al lavoro e alle attività produttive. Tutti ce lo auguriamo, ma ci sia consentito un po' di sano scetticismo. Infatti, al momento appare un provvedimento privo di quelle misure innovative e coraggiose di cui l'Italia avrebbe bisogno.

Quale sia l'approccio sui temi economici dell'attuale esecutivo, del resto, è già stato reso evidente con la legge di Bilancio e con i successivi provvedimenti, tesi a impiegare risorse in prepensionamenti e sussidi, con finalità, forse, di breve respiro e di carattere elettorale. Nel frattempo, i dati sull'economia reale sono tutt'altro che confortanti e i 23 miliardi di euro di clausola di salvaguardia Iva per il 2020 sono scritti nero su bianco tra le leggi dello Stato.

Per scongiurare gli aumenti Iva, la deriva difficilmente evitabile potrebbe essere quella dell'introduzione di una nuova (e ulteriore) imposta patrimoniale (o “tributo di equità”, come taluni amano definirlo) di carattere predatorio su quello che c'è alla luce del sole, ossia il patrimonio immobiliare e mobiliare, dimenticando troppo facilmente che le imposte patrimoniali, in Italia, già esistono e assicurano allo Stato circa 45 miliardi di euro l'anno.

In primis, tra Imu e Tasi, gli italiani vengono già “espropriati”, ogni anno, di circa 21 miliardi di euro, cui si aggiungono altri 7 miliardi per imposta di bollo (compresa quella sui conti correnti e il prelievo del 2 per mille sui depositi titoli), ulteriori 7 miliardi circa di bollo auto, 7 miliardi mal contati per imposte di registro, ipotecarie e catastali e infine, circa 2 miliardi di canone radio e Tv, più altre imposte di natura residuale. La collezione di tasse sulla casa ha contribuito a svalutare un bene (il mattone) che per secoli ha rappresentato il vero salvadanaio della Penisola.

Pensate che si intenda realmente voltare pagina? Sul tema, le parole più chiare le ha scritte il 7.04.2019 il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno: “le patrimoniali sono come le ciliegie: una tira l'altra. Più ce ne sono, più si radica la vulgata che le patrimoniali siano poche o che siano troppo blande.
E siccome nessuno intende tagliare spese improduttive o carrozzoni clientelari che producono voti, anche stavolta verrà fatta passare, ovviamente in nome della giustizia sociale e redistributiva, l'idea che la patrimoniale è inevitabile e sgradevole, ma poi risanerà il Paese. Verrà pure garantito che sarà l'ultimo sacrificio richiesto ai contribuenti (cioè ai soliti onesti che pagano fino all'ultimo centesimo) e che appena i conti si rimetteranno in ordine (campa cavallo) aliquote e addizionali verranno ridotte. Verrà infine ribadito che gli evasori smetteranno di farla franca e che verranno puniti con una spietatezza degna della sharia nel Brunei. Insomma, riandrà in onda il solito repertorio di premesse e promesse che precede e segue tutte le batoste fiscali su quest'Italia sfortunata”.

Qualunque persona di buon senso non potrebbe far altro che sottoscrivere tale visione. Infine, esaminando il gettito da “patrimoniali” si rileva che l'imposta sulle successioni e donazioni è ampiamente inferiore a 1 miliardo di euro; ecco, allora, che diviene facile immaginare dove interverrà qualche futuro (o imminente) governo.

Diviene sempre più importante per i “professionisti”, oltre che rincorrere le “novità” parossistiche di una burocrazia fiscale sempre più attenta ai particolari insignificanti, lavorare per pensare e pianificare i passaggi generazionali dei clienti, approfittando della situazione attuale ancora favorevole.

In futuro è facile prevedere l'aumento delle aliquote dell'imposta sulle successioni e donazioni, la riduzione sostanziale della franchigia per i figli e il coniuge, l'abrogazione dell'esenzione prevista attualmente per la successione dei titoli di Stato. Se si attende ancora, il rischio è di arrivare troppo tardi a fornire la “vera” consulenza che serve ai clienti.

Autore: Stefano Zanon

 

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