La sostenibilità della pesca e le sfide nascoste nei numeri: limitazioni nelle valutazioni degli stock ittici globali

La recente pubblicazione del rapporto “The State of World Fisheries and Aquaculture 2024” della FAO porta con sé un apparente barlume di speranza: il 62,3% degli stock ittici marini globali viene pescato a livelli biologicamente sostenibili, con un miglioramento dello 0,8% rispetto al 2019. Questi dati potrebbero suggerire un rallentamento del declino osservato nei decenni precedenti. Ma cosa si nasconde realmente dietro queste cifre?

Dietro il velo dei numeri si celano importanti limitazioni metodologiche che potrebbero condurci a una visione eccessivamente ottimistica della salute dei nostri mari. La tendenza ad aggregare gli stock in unità più ampie rappresenta una delle principali insidie dell’approccio FAO. Immaginate un oceano dove dieci popolazioni di pesci convivono: se sette godono di buona salute mentre tre sono sull’orlo dell’estinzione, l’aggregazione ci restituirà un quadro complessivamente positivo, mascherando il dramma che si consuma nelle profondità marine per quelle specie più vulnerabili.

La carenza di dati affidabili costituisce un altro ostacolo significativo. In molte regioni del mondo, soprattutto quelle caratterizzate da pesca artigianale con molteplici specie e attrezzi, le informazioni disponibili sono come tessere mancanti di un puzzle. “Molti dei sistemi nazionali di raccolta dati per le acque interne continuano ad essere inaffidabili e di bassa qualità, o in alcuni casi inesistenti,” ammette lo stesso rapporto, rivelando come questa lacuna informativa possa portare a una sottostima delle catture – incluse quelle di diversi grandi produttori.

In questi contesti nebulosi, le valutazioni spesso si aggrappano a indizi indiretti piuttosto che a prove concrete: tendenze di cattura, frammenti di dati supplementari o la conoscenza empirica degli esperti sostituiscono analisi rigorose. È come diagnosticare una malattia basandosi sui sintomi riferiti dal paziente, senza poter eseguire esami clinici approfonditi.

Il problema si complica ulteriormente a causa dei ritardi e delle omissioni nelle segnalazioni. Quando gli Stati membri tardano nell’invio dei loro dati alla FAO, o addirittura non li inviano affatto, il processo di elaborazione e validazione delle statistiche globali diventa simile a un’orchestra in cui alcuni musicisti suonano fuori tempo o restano in silenzio. Il risultato è un’armonia imperfetta che non riflette fedelmente la realtà degli oceani.

Particolarmente preoccupante è la situazione della pesca in acque interne, dove un’alta percentuale della produzione viene riportata in categorie generiche come “pesci d’acqua dolce nei”. Questa mancanza di specificità è come fotografare un bosco senza distinguere le singole specie di alberi, rendendo impossibile identificare quali stiano prosperando e quali invece stiano scomparendo.

Le discrepanze tra diversi studi scientifici aggiungono un ulteriore livello di complessità. Ricerche come quella di Worm et al. hanno presentato scenari più cupi rispetto alle valutazioni della FAO, in parte a causa di differenze metodologiche e nella selezione degli stock analizzati. È come se diversi cartografi disegnassero mappe dello stesso territorio seguendo criteri differenti, ottenendo rappresentazioni che non sempre coincidono.

Una porzione considerevole delle valutazioni si basa su metodi indiretti, che potrebbero non catturare con precisione la vera produttività e il potenziale di recupero degli stock ittici. Le tendenze di cattura, pur essendo indicatori preziosi, possono essere influenzate da molteplici fattori: cambiamenti nelle tecnologie di pesca, fluttuazioni economiche, regolamentazioni politiche. È come misurare la salute di una popolazione umana basandosi solo sul numero di persone che si rivolgono ai medici, senza considerare quanti evitano le cure per motivi economici o culturali.

La FAO è consapevole di queste limitazioni e sta intraprendendo passi per migliorare i propri metodi. Iniziative come il Global Record of Stocks and Fisheries (GRSF) mirano a creare un archivio globale di stock e attività di pesca identificati univocamente, portando maggiore chiarezza in un panorama finora offuscato.

Consultazioni regionali sono in corso per aggiornare la metodologia di valutazione, con l’obiettivo di migliorare qualità, affidabilità e trasparenza degli indicatori globali. È un processo di autocorrezione necessario per un’organizzazione che ha la responsabilità di guidare le politiche di pesca a livello mondiale.

Il cauto ottimismo suggerito dai dati recenti non deve quindi trasformarsi in un falso senso di sicurezza. Per garantire la sostenibilità a lungo termine della pesca globale, è essenziale riconoscere le sfide nascoste nei numeri e continuare a perfezionare i nostri strumenti di analisi. Solo attraverso una comprensione più precisa e trasparente dello stato reale delle risorse ittiche sarà possibile sviluppare strategie di gestione veramente efficaci.

La “Blue Transformation” promossa dalla FAO richiede non solo innovazione tecnologica e impegno politico, ma anche un’onesta consapevolezza dei limiti delle nostre conoscenze attuali. Come navigatori antichi che perfezionavano continuamente le loro carte nautiche con ogni nuovo viaggio, dobbiamo riconoscere che la mappa non è il territorio e che la nostra comprensione degli oceani richiede un costante affinamento.

In un momento in cui la pressione sulle risorse marine continua ad aumentare, ascoltare ciò che i numeri non dicono potrebbe essere tanto importante quanto comprendere ciò che rivelano. Il futuro della pesca globale e della sicurezza alimentare per milioni di persone dipende dalla nostra capacità di guardare oltre le cifre apparentemente rassicuranti e affrontare con determinazione le zone d’ombra nella nostra conoscenza degli ecosistemi marini.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
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